Le poesie “dell’ombra” di Antonio Damiano, tra canto d’amore e allarme ecologico

Antonio Damiano è nato nel comune di Montesarchio, nel Beneventano, ma da anni vive e Latina. Si è laureato in Lettere e Filosofia e, in quanto alla sua passione poetica, ha pubblicato sinora quattro libri: Come farfalle(Montedit, Melegnano, 2013),Come le foglie(Ass. I due colli, Torre Orsina, 2015), Versi d’autunno(Genesi, Torino, 2016) e il recente Le orme dei giorni(Stravagario, Minturno, 2018). Ampiamente apprezzato dalla critica e dall’ambiente letterario ha all’attivo circa trecento premi tra podi e premi speciali conseguiti in altrettanti concorsi letterari nazionali. Nell’aprile 2018 gli è stato attribuito il “Premio alla Carriera” da parte dell’Associazione GueCi di Rende (CS)presieduta dalla poetessa Anna Laura Cittadino.
Particolarmente attento alle dinamiche socio-civiliche interessano il nostro oggi (ma non solo, come vedremo a seguire), Damiano nel corso degli ultimi anni si è imposto nello scenario ampio e variegato dell’universo delle competizioni letterarie quale anima sensibile verso ciò che accade non solo nella realtà di Provincia e nel Belpaese, ma nel mondo tutto, dimostrando capacità di analisi non indifferenti e un sentimento umanitario che lo rende vero cittadino di questo scapestrato mondo. I versi di Damiano non sono mai tesi a denunciare in maniera reproba i mandanti, gli esecutori diretti e chi ordisce il Male e alimenta le violenze, semmai a leggerle con occhio compassionevole e attento, a sottolinearne la gravità, a indagarne le ragioni e, ancora una volta, a solidarizzare con il represso, colui che viene battuto o cacciato.
In questa categorie di liriche vanno senz’altro ricordate “La Goutha o l’eterna follia”,ambientata tra le vie polverose e spaccate di Damasco, nella quale scrive: “E dintorno fragore e lamenti e il tuo passo/ che vaga e si perde, non sapendo se stare/ o fuggire, o seguire quell’ombra sui muri/ già propensa a lasciarsi morire”, poesia con la quale ha recentemente ottenuto il 1° Premio Assoluto alla VII edizione del noto Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” (edizione 2018) su un totale di oltre 500 liriche a concorso.[1]Vanno senz’altro ricordate anche le poesie “Sarà domani” (vincitrice di un Premio Speciale per la Tematica Sociale, appunto, al I Premio Letterario “Città di Chieti” ideato e promosso dalla poetessa teatina Rosanna Di Iorio, edizione 2017) e “Dove trema la terra” (vincitrice del 1° Premio Assoluto al III Premio Letterario “Città di Fermo”, edizione 2017); entrambe le poesie non sono contenute nella raccolta Le orme dei giornidi cui qui parleremo in maniera più ampia. È, invece presente, nella posizione di chiusura dell’intero volume, la poesia “Terre lontane”con la quale, sempre nell’edizione del corrente anno, Damiano ha meritoriamente vinto il 1° Premio Assoluto alla XXIX edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati – Premio Speciale Renato Pigliacampo”. In tale circostanza il sottoscritto, nelle vesti di Presidente di Giuria, così ha avuto modo di osservare nella critica per la motivazione del conferimento dell’ambito premio: “La lirica di Antonio Damiano racconta, con tocchi incisivi tra versi accorati nel delineamento del dolore, la vicenda esistenziale, diffusa e amara del “morire… in un’ora di un grigio mattino/ tra le onde di un mare di piombo”. Il poeta indaga, nel percorso intimo di un’anima errabonda a causa delle ingiustizie sociali, gli spostamenti ondivaghi, le perplessità sul domani, il senso di perdita interiore, la nostalgia della propria terra di chi ha dovuto allontanarsene, sino all’acuminante stanza, l’ultima, nella quale l’imbarcazione sulla quale viaggia s’incrina, mettendo drammaticamente fine a ciascun pensiero e possibilità. La lirica, che per il suo lessico ricercato e allusivo è assai piacevole da leggere in quanto alla stesura formale, contenutisticamente può essere considerata come una sorta di quesito morale che, al termine, vien posto al lettore. Sulla necessità di porsi certi dilemmi, nella società dove imperversano ecatombe nel mare e ridde d’accuse”.
Per parlare di questo nuovo libro di Damiano non si può prescindere dai ricchi ed esaustivi apparati critici in apertura e chiusura di cui esso è dotato, brani esegetici che arricchiscono di per sé la caratura del volume e del Poeta di Latina permettendocene una lettura e un approfondimento radicali e persuasivi che ci consentono di avvicinarci all’opera e di gustarla in maniera ancor più saporosa. La poetessa Patrizia Stefanellidedica pagine particolarmente apprezzabili sottolineando il forte realismoe pregnanzadella lirica di Damiano parlando, al contempo, di una “odeporica essenza” (4) che si realizza in quell’intendimento spontaneo atto a esperire la poesia, e la scrittura tutta, come un viaggio. Sempre la Stefanelli, con un linguaggio tecnico assai puntuale e confacente all’opera in oggetto, si spinge a parlare di poesia in termini psico-intellettivi, di profondità nel sub-cosciente, definendo questo potente codice comunicativo e forma espressiva un “incontro con l’alterità” (7). Damiano ne dà ampia dimostrazione nelle liriche destinate a una controparte amorosa nelle quale non manca di rievocare momenti passati che si sono cristallizzati nella sua vita e che restano, pur impalpabili, a omaggio di un vissuto felice e totalizzante. Sono brani pregni d’affetto, stima e di un’empatia rigogliosa verso la sua donna, che ne fanno nell’età presente un uomo fiero e completo, entusiasta e certo dei suoi sentimenti.
Il critico Cinzia Baldazzi, con una gamma variegata di riferimenti a intellettuali a lei amati nei quali ravvisa “consonanze” con alcuni versi di Damiano, si focalizza su un altro aspetto dominante del volume da lei definito nei termini di “cosalità dei significati quotidiani” (108) a intendere quel legame forte e spontaneo, sentito e immanente, che l’uomo ha con l’universo oggettuale che lo circonda, il contesto abitativo e sociale, finanche le pratiche rituali e celebrative che appartengono a quel dato “essere” nell’ hic et nunc. È un’oggettualitàche nelle liriche d’amore si sfuma leggermente, quasi a divenire pressurizzata nell’aria, sebbene i contorni silvestri (e quasi arcadici) di molte liriche rimandino a una natura viva e fulgente, quasi amica e partecipe agli accadimenti lieti dell’uomo. Sempre il critico romano parla di “repertorio metalinguistico dell’arte” (109) e di “enigma o interrogazione perpetua” (109) per far cenno, tanto alle ambiguità costitutive quanto alle potenzialità del codice poetico.
Vanno di certo tenute da conto le liriche che parlano o che evocano dei recenti sismiaccaduti nel centro Italia tra cui la poesia “Sospiri” che apre l’intero libro nella quale Damiano parla di “scale tra le ombre a cercare la fede” (14); lo scenario di desolazione e d’assenza di vita, che fa seguito alla spasmodica attività tellurica, comunica all’io lirico che quella terra, forse, non sarà più abitata: “Ora è tempo di andare, di lasciare i ruderi/ stanchi a cercare altrove la vita” (14). In “Il silenzio dei giorni” tutto è dominato da immagini che danno il senso della privazione quali il silenzio, l’ombra, i “passi solinghi”, i “vicoli neri” e, ancora, la “mestizia e rimpianto” (20). L’immagine dell’ombra– che campeggia nel titolo della recente pubblicazione – si ritrova ampiamente nelle liriche che compongono il volume come nella poesia “Per un giorno diverso” dedicata a una ragazza che, a seguito di un cattivo comportamento contro di sé, assiste al suo sfacelo e al suo auto-annullamento: “Morire… tra le ombre di vicoli spenti/ per un’ora di sballo, una dose di troppo” (18).
Ci sono poi brani poetici che dedicano attenzione al fenomeno migratorio, così assiduo nei nostri anni e, con esso, portatore di altre problematicità diffuse; in “A due passi da riva” l’autore descrive una scena di affondo nell’acqua, unico mezzo di possibile unione tra sponde lontane; la centralità della lirica va posta su quel “pezzo di legno che vola nel vento” (30) e poi la guerra siriana: “Non c’è grido. Non c’è vita. / […]/ Segni ovunque di crudo sfacimento/ e tanfo che si spande dov’erano giardini/ un tempo odorosi d’aloe e di rose” (54) scrive in “Aleppo”.
Ampio e reiterato il capitolo che vede l’attenzione posta sul tema ambientale; le liriche nelle quali il poeta denuncia lo stato di inquinamento e di strazio ambientale sono “Dolce terra” dove si parla di “rifiuti nei campi a essiccare le fonti/ […] distese di fabbriche e case,/ […] e grave nell’aria un tanfo di morte”  (34) che fanno il verso a “La terra domani” in cui l’analisi è impietosa: “Sta morendo la Terra tra liquami e veleni/ in un mare di fango che annienta la vita./ […] E andremo per vie ogni giorno più cupe/ con mascherine sul volto a proteggere i bronchi” (38-39). Ancora, nella dolorosa “Sentinelle” è insito un dilemma destabilizzante: il progresso annunciato ha in sé il morbo del disprezzo per l’ambiente?[2]: “E ovunque dolore, tragedie annunciate/ con campagne e villaggi scomparsi alla vista/ […]/ E la Terra si spegne tra mille veleni, in nuvola,/ gialla che attenta ogni giorno all’incerta salute/ di gente indifesa”. (44)
Damiano non è solo fedele auscultatore della cronaca, delle notizie che prendono forma nel momento in cui noi viviamo, ma anche dicitore in versi della triste storia del paese: ai dolorosi momenti del primo conflitto mondiale sono dedicate due liriche, rispettivamente “Isonzo” e “Pasubio”, a ricordo eterno di cocenti delusioni nazionaliste e di balordo consumo di vite.
C’è, nel complesso del volume preso in oggetto, una pace interiore che si fa base di ogni pensiero, di ogni scavo interiore, una rilassatezza emotiva che s’unisce a una speranza che si alimenta con il poco bello che c’è e che non deve esser sopraffatto dal tanto male, diffuso e che avanza. Il Nostro argomenta e riflette sul tempo che avanza, sulle gioie dei tempi andati e sulla vastità delle emozioni vissute: “non muore la vita, ma muta/ soltanto parvenza assumendo una veste divina” (74). È una certezza, questa, che arricchisce l’animo e che dà forza a chi, nel trambusto delle giornate e nella frenesia delle attività, perde il filo di quel misterico e ancestrale cammino da noi troppo spesso condotto con automatismo, scantonando l’essenza del vivere.


[1]La motivazione del conferimento del Premio, scritta dalla giurata poetessa Rita Stanzione, così recitava: “La tragica guerra civile che continua a tormentare un popolo, a devastare luoghi e famiglie, a seminare sconforto, è lo spunto da cui il poeta, testimone del suo tempo, costruisce un testo profondamente toccante. Tra immagini drammaticamente realistiche, a tratti emergono barlumi d’incanto volti alla bellezza della vita in un ormai lontano clima di pace. Il senso della lirica si attua in una scultura sonora ben delineata, con uso efficace di anafore, polisindeti, enjambement e similitudini” (pubblicata assieme alla poesia nell’antologia del Premio, volume fuori commercio).


[2]L’autore scrive: “Gente indifesa, che null’altro richiede/ che un progresso pensato a misura dell’uomo,/ in perenne concerto con madre natura” (45).
 

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